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la poesia come aspetto riabilitativo innovativo secondo i moderni pricipi del modularismo

Dalla magistrale relazione del Congresso AIN del 19 febbraio 2005, Francesco Nicoletti, Professore Ordinario, Direttore del Dipartimento Scientifico di “Neuroscienze, ”dell’Università di Catania, così si esprime:

“…Vedete, se io mi batto la mano sulla fronte, è chiaro che sto compiendo un movimento flesso- estensorio dell’arto. Ma se io questo movimento lo faccio davanti a una “uniforme” quello è un saluto militare. In pratica…

cosa è successo? È successo che io ho caricato di un valore simbolico quello che è un semplice gesto, ed allora tutto l’elemento riabilitativo deve costituire per la scienza tutta quella serie indotta di afferente, affinché si integrino con lo stato di coscienza, con tutte le valenze di tipo cognitivo, affettivo, emozionale, e tutto questo affinché il gesto prenda corpo.

 

Non sono parole soltanto, sono fatti commessi, tra “collo e gomito”. C’è solo una semantica di varianti. L’atto motorio sfrutta anche altre componenti affinché possa io, ad un certo momento, finalizzare il mio compito.

Nello stesso modo, per potere dare alla mia parola non più un senso di fonemi sparsi, ma un singolo fonema che mi indichi qualche cosa, io ho bisogno di esercitare quelle che sono le categorie fondamentali del nostro apprendimento motorio che sono il concetto di spazio e di tempo e di schema corporeo.

Io devo avere questi concetti che si chiamano sintesi polipercettive .

Sembrava una sciocchezza quando nel 1957, un personaggio di non poco conto, forse il più grande neurofisiologo del mondo, Mountcastle ha scoperto i cosiddetti moduli cerebrali. Egli ha scoperto pure manovre di tipo fisiologico, cioè, ad esempio, andando a “pizzicare” alcune zone corporee si evocano sotto funzioni di una funzione. Ed allora è venuta fuori la cosiddetta ‘concezione modularistica’.

La riabilitazione oggi va concepita come un sistema che prima ‘attua la modulazione’ e poi si ricompone nell’atto corticale della presa di coscienza, non solo, ma anche della coscienza capace di riflessione.

 Dalla prefazione del volumetto, “TAMIRI non può volare”: (Raccolta di testi poetici sulle disabilità)

“TAMIRI”- Figura di cantore della mitologia greca, posto a fianco di Orfeo. Figlio di Filammone e della Ninfa Argiope, con il suo canto di Verità disturbava le Muse con cui osava gareggiare. Esse, infine, lo resero muto e cieco. Dopo la morte fu trasformato in usignolo.

 Il “medico- poeta”si riveste della sofferenza umana in una sorta di transfert medico-paziente per trasmettere quella condizione di disabilità che non è mai degna del corpo e dello spirito umano, che mortifica, a volte, l’essenza della Vita stessa. Solo dopo aver preso su di sé tale sofferenza, la trascende con atto di estrema forza, di speranza e di certezza insieme.
In ogni composizione in versi si è impersonata una condizione ben precisa varia di volta in volta, trasmutandosi in diversi, appunto, “uomini malati”. Ma chi è “l’uomo malato” se non quello che non “VIVE”, pur essendo in salute? Dal primo interrogativo attonito e senza apparenti risposte dell’Uomo di Scienza (homo “tecnologicus”) che così recita:

Ho guardato
l’Uomo,
l’ho scavato nelle membra
fino a strappargli l’anima.
Stupito
resto
a cercare confini
fra queste quattro cellule
mute
racchiuse
in un pezzo di vetro.

Dallo “sgomento” del ricercatore si arriva, al termine della raccolta poetica, alla certezza–speranza della “possibilità del recupero” dell’uomo malato nella ricomposizione della sua integrità di corporeità, volitività e anima. Certezza, questa, che anche la Scienza, nei suoi principi di modularismo e neurofisiologia dell’apprendimento motorio si pone nella considerazione di attuare strategie e nuove tecnologie che consentano “performances motorie e sensitivo-sensoriali” impensabili fino a qualche decennio fa.

In quest’ottica si inquadra proprio il concetto di “neuropsicomotricità” in cui è basilare l’integrazione delle multiformi esperienze di tipo cognitivo, affettivo e motivazionale al fine di arrivare ad un pieno recupero non dell’‘astratto paziente’ ma della Persona.

E la Poesia? La poesia è un aereo supersonico per la mente.

Trasmettere la sofferenza al lettore, per vivere un attimo da “disabili”. Trasmettere la forza e la volontà a chi lo è per attivare quei complessi e sottili meccanismi neurologici che sottendono anche l’atto motorio.

Nessuno ti ha detto
che provenivo
da Andromeda.
È l’ultimo buco
dove passa il “tunnel
per gli Angeli”.
Nessuno lo dice
per non essere
preso per pazzo.
Ma tu lo sai
perché
ti ho dato
il germoglio
per camminare.
Ed è per questo
che i tuoi pensieri
ora
come gabbiani
passano dalla terra
al cielo.

 

Aprassia

Ho ripreso i miei muscoli
accartocciati
dalle lamiere
come brandelli
sganciati dall’anima
come soldati
-rotte le righe-
senza condottiero.
È questo etere,
aura del corpo,
che mi suggerisce
gesti armoniosi
senza tale rozza mollezza
che mi fa tremare…
Allora solo
sfiorerei
le tue labbra
in un punto preciso
che ora
non so.
E poi ti sorriderei
-no con questa smorfia
no-
per sgomentarti.
Troverei la fluida magia dei gesti
per non dire
Parole.

(Tamiri, 25 aprile 2005)

 

Con il termine ’aprassia’ (dal greco: mancanza di movimento) si intende l’impossibilità di una parte del corpo ad estrinsecare inmodalità coordinata un’attività motoria. È una disorganizzazione del gesto, che non è riferibile né ad un disturbo motorio, né ad un disturbo sensitivo, né ad un disturbo della comprensione. L’aprassia è spesso espressione di una sofferenza parietale.

 

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